luigi de giovanni

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martedì 3 gennaio 2017

Luigi De Giovanni Viaggio nell’armonia del Salento che sa di bellezza, spiritualità e amore. La mostra “e il naufragar m'è dolce in questo mare”, che si tiene, fino all'8 gennaio 2017 dalle 18 alle 21, alle Scuderie di Palazzo Gallone a Tricase (Lecce), curata da Antonietta Fulvio ed organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Tricase in collaborazione con Il Raggio Verde edizioni e associazione “e20Cult”, è un modo per percorrere il Salento con altri occhi. È un viaggio che sa di spirituale, di passione per i luoghi che si vanno scoprendo per impadronirsene e conservare emotivamente in opere che sanno d’amore e del ricordo ancestrale che si perde nell’animo di Luigi De Giovanni che in questo viaggio sembra sia stato stimolato dalla spiritualità che governa i luoghi. L’artista è partito da Santa Maria di Leuca, vivendo sulle tele gli attimi delle luci vestite dalle tonalità di terre rosate in tocchi che sfumano in luminescenze poetiche negli scorci che precipitano in un mare blu striato di smeraldo. Visuali selvagge di aspre terrazze sul mare ove gli alberi e gli arbusti spontanei pare vogliano riportare ad altri tempi, ad altri valori. Le opere sono panorami di natura sfuggita alle brame di affaristi che vedono nella costa solo investimenti e cementificazione. Oasi disposte magicamente sulle tele nella narrazione della ciclicità e del tempo di luci che vivono l’oggi nel ricordo di sempre. Quasi con il fiato sospeso l’artista, con le sue opere, ci porta al Ciolo, dove si ergono dal mare, quasi a voler respirare le suggestioni dei contrasti, i riflessi della scogliera imponente segnata da un chiarore puro ed eterno: un maestoso pino che risalta i piani prospettici pare voglia indicare il tempo della vita. La natura si fa più selvaggia nelle pennellate che rappresentano gli intrichi della vegetazione dei percorsi, profumati dal mirto e di essenze selvatiche, delle grotte Cipolliane dove le angosce e la fatica cadono negli oscuri e inaspettati pozzi già ristoro di viandanti. Si prosegue nei paesaggi della Marina di Novaglie, i cui muretti a secco pare vogliano contenere le emozioni di Luigi De Giovanni che vi ha fatto opere che sanno di malinconia dolce e di finezza simbolica: che non si percepisce nei dettagli ma nelle pennellate veloci che creano macchie di colore che comunicano intensamente le sensazioni suscitate dal luogo e rese della sua sintesi pittorica. Nella zona Torre Naspre di Tiggiano l’artista descrive le ombre degli ulivi con pennellate essenziali ed efficaci. Negli scorci, che prendono luce dal paesaggio di pietra e di mare, Luigi De Giovanni, inseguendo i suoi pensieri, sinteticamente traccia le forme attorcigliate dei fusti battuti dal vento e diventati sculture di merletti imprevisti. Le ampie vedute di visuali, illuminate da bianchi che si specchiano in mare, volgono a Marina Serra e alla torre che narra di antiche paure. Nella solitudine del paesaggio l’artista si sofferma a lungo in questa zona di parco cogliendo la vibratilità dei colori che giocano con i riverberi del mattino, in rimandi e rincorse di momenti di percezione dove l’urgenza pittorica dà tempo alla meditazione. Dipinti dell’anima che lo portano più in la a ritrovare l’asprezza coinvolgente delle marine di Tricase Porto o dell’Isola che gli ha suggerito più di un’opera in cui sono evidenti le sfumature degli scogli e delle canne che si rispecchiano nel mare che ha scavato architetture naturali che Luigi De Giovanni ha scolpito con pennellate che inseguono contrasti e armonie. Le onde s’innalzano e schiumano in toni di bianco i sassi e le verdi salicornie che vi trovano dimora, donando chiazze di malinconie terrose di vita che, benché sia fuggita, è ancora nei segni e nei toni fissati sulle tele. Nel Tratturo, o strada vecchia, che da Andrano portava al mare, si ritrovano i segni di duro lavoro di chi non si arreso mai alle asperità del paesaggio. È qui che l’artista indugia ricercando se stesso, la sua interiorità, i suoi ricordi di bambino e il paesaggio che lo riporta al suo paese. Ritrova il Genius Loci che gli ha da sempre suggerito colori e nostalgie, che già stavano nel suo animo, e i contrasti cromatici si fanno più intensi sino agli scuri dei turbamenti che s’illuminano nelle chiome argentee dei verdi degli ulivi: continuità della vita e della speranza. Seguendo il percorso della mostra si arriva ad Acqua Viva di Marittima e nella bellissima insenatura naturalistica i colori del mare appaiono smorzati da un primo piano di alberi spogli e dai fusti che si elevano come a voler superare il dislivello del canalone. L’artista qui dipinge più opere e in tutte emergono le tonalità rosate che si tuffano nelle acque tinte di cobalto che sfumano nei toni smeraldo sino a diventare cristallina a riva, in un contrasto che sa di magico nella spuma del mare increspato. Poi si arriva ai profili delle vedute di Castro vestita dai bianchi lirismi che si specchiano nelle ombre delle insenature che si affacciano in un mare di una bellezza unica. Improvvisi picchi arrivano al mare specchio di sfumature di macchia mediterranea e la schiuma delle onde pare far rivivere antiche storie di Santa Cesarea Terme. Seguendo un itinerario, in alcuni tratti, brullo e capace di suggerire infinite suggestioni pittoriche, Luigi De Giovanni, con le sue opere, ci porta a Otranto. Si sofferma nel paesaggio affascinante e unico della cava di bauxite, dove i rossi precipitano in una voragine in fondo alla quale un laghetto inaspettato, diventato specchio, prende i colori del cielo blu, della vegetazione delle pareti e le acque diventano verde smeraldo con riflessi del rosso cupo della bauxite in un rimando cromatico così insolito da sorprendere e coinvolgere profondamente l’artista che qui ha realizzato quadri che sanno di meraviglioso e unico. Pennellate di luci e colori che segnano i paesaggi fra terra e mare, dove le ombre sembrano descrivere malinconie brusche, per scoprire gli aspetti spirituali di un paesaggio che, nonostante l’apparente durezza, sa donare sensazioni di poesia che va oltre il visibile nell’humus loci dei luoghi. Le emozioni dell’artista diventano per lo spettatore un vivere spiritualmente tutta la zona del Parco Naturale Regionale “Costa Otranto S.M. di Leuca - Bosco di Tricase”: Alessano, Andrano, Castrignano del Capo, Castro, Corsano, Diso, Gagliano del Capo, Ortelle, Otranto, Santa Cesarea Terme, Tiggiano e Tricase. Federica Murgia

VIAGGIO NELL’ARMONIA DEL SALENTO CHE SA DI BELLEZZA, SPIRITUALITÁ E AMORE


Luigi De Giovanni

Viaggio nell’armonia del Salento che sa di bellezza, spiritualità e amore.

La mostra “e il naufragar m'è dolce in questo mare”, che si tiene, fino all'8 gennaio 2017 dalle 18 alle 21, alle Scuderie di Palazzo Gallone a Tricase (Lecce), curata da Antonietta Fulvio ed organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Tricase in collaborazione con Il Raggio Verde edizioni e associazione “e20Cult”, è un modo per percorrere il Salento con altri occhi. È un viaggio che sa di spirituale, di passione per i luoghi che si vanno scoprendo per impadronirsene e conservare emotivamente in opere che sanno d’amore e del ricordo ancestrale che si perde nell’animo di Luigi De Giovanni che in questo viaggio sembra sia stato stimolato dalla spiritualità che governa i luoghi. L’artista è partito da Santa Maria di Leuca, vivendo sulle tele gli attimi delle luci vestite dalle tonalità di terre rosate in tocchi che sfumano in luminescenze poetiche negli scorci che precipitano in un mare blu striato di smeraldo. Visuali selvagge di aspre terrazze sul mare ove gli alberi e gli arbusti spontanei pare vogliano riportare ad altri tempi, ad altri valori. Le opere sono panorami di natura sfuggita alle brame di affaristi che vedono nella costa solo investimenti e cementificazione. Oasi disposte magicamente sulle tele nella narrazione della ciclicità e del tempo di luci che vivono l’oggi nel ricordo di sempre. Quasi con il fiato sospeso l’artista, con le sue opere, ci porta al Ciolo, dove si ergono dal mare, quasi a voler respirare le suggestioni dei contrasti, i riflessi della scogliera imponente segnata da un chiarore puro ed eterno: un maestoso pino che risalta i piani prospettici pare voglia indicare il tempo della vita. La natura si fa più selvaggia nelle pennellate che rappresentano gli intrichi della vegetazione dei percorsi, profumati dal mirto e di essenze selvatiche, delle grotte Cipolliane dove le angosce e la fatica cadono negli oscuri e inaspettati pozzi già ristoro di viandanti. Si prosegue nei paesaggi della Marina di Novaglie, i cui muretti a secco pare vogliano contenere le emozioni di Luigi De Giovanni che vi ha fatto opere che sanno di malinconia dolce e di finezza simbolica: che non si percepisce nei dettagli ma nelle pennellate veloci che creano macchie di colore che comunicano intensamente le sensazioni suscitate dal luogo e rese della sua sintesi pittorica. Nella zona Torre Naspre di Tiggiano l’artista descrive le ombre degli ulivi con pennellate essenziali ed efficaci. Negli scorci, che prendono luce dal paesaggio di pietra e di mare, Luigi De Giovanni, inseguendo i suoi pensieri, sinteticamente traccia le forme attorcigliate dei fusti battuti dal vento e diventati sculture di merletti imprevisti. Le ampie vedute di visuali, illuminate da bianchi che si specchiano in mare, volgono a Marina Serra e alla torre che narra di antiche paure. Nella solitudine del paesaggio l’artista si sofferma a lungo in questa zona di parco cogliendo la vibratilità dei colori che giocano con i riverberi del mattino, in rimandi e rincorse di momenti di percezione dove l’urgenza pittorica dà tempo alla meditazione. Dipinti dell’anima che lo portano più in la a ritrovare l’asprezza coinvolgente delle marine di Tricase Porto o dell’Isola che gli ha suggerito più di un’opera in cui sono evidenti le sfumature degli scogli e delle canne che si rispecchiano nel mare che ha scavato architetture naturali che Luigi De Giovanni ha scolpito con pennellate che inseguono contrasti e armonie. Le onde s’innalzano e schiumano in toni di bianco i sassi e le verdi salicornie che vi trovano dimora, donando chiazze di malinconie terrose di vita che, benché sia fuggita, è ancora nei segni e nei toni fissati sulle tele. Nel Tratturo, o strada vecchia, che da Andrano portava al mare, si ritrovano i segni di duro lavoro di chi non si arreso mai alle asperità del paesaggio. È qui che l’artista indugia ricercando se stesso, la sua interiorità, i suoi ricordi di bambino e il paesaggio che lo riporta al suo paese. Ritrova il Genius Loci che gli ha da sempre suggerito colori e nostalgie, che già stavano nel suo animo, e i contrasti cromatici si fanno più intensi sino agli scuri dei turbamenti che s’illuminano nelle chiome argentee dei verdi degli ulivi: continuità della vita e della speranza. Seguendo il percorso della mostra si arriva ad Acqua Viva di Marittima e nella bellissima insenatura naturalistica i colori del mare appaiono smorzati da un primo piano di alberi spogli e dai fusti che si elevano come a voler superare il dislivello del canalone. L’artista qui dipinge più opere e in tutte emergono le tonalità rosate che si tuffano nelle acque tinte di cobalto che sfumano nei toni smeraldo sino a diventare cristallina a riva, in un contrasto che sa di magico nella spuma del mare increspato. Poi si arriva ai profili delle vedute di Castro vestita dai bianchi lirismi che si specchiano nelle ombre delle insenature che si affacciano in un mare di una bellezza unica. Improvvisi picchi arrivano al mare specchio di sfumature di macchia mediterranea e la schiuma delle onde pare far rivivere antiche storie di Santa Cesarea Terme. Seguendo un itinerario, in alcuni tratti, brullo e capace di suggerire infinite suggestioni pittoriche, Luigi De Giovanni, con le sue opere, ci porta a Otranto. Si sofferma nel paesaggio affascinante e unico della cava di bauxite, dove i rossi precipitano in una voragine in fondo alla quale un laghetto inaspettato, diventato specchio, prende i colori del cielo blu, della vegetazione delle pareti e le acque diventano verde smeraldo con riflessi del rosso cupo della bauxite in un rimando cromatico così insolito da sorprendere e coinvolgere profondamente l’artista che qui ha realizzato quadri che sanno di meraviglioso e unico.
Pennellate di luci e colori che segnano i paesaggi fra terra e mare, dove le ombre sembrano descrivere malinconie brusche, per scoprire gli aspetti spirituali di un paesaggio che, nonostante l’apparente durezza, sa donare sensazioni di poesia che va oltre il visibile nell’humus loci dei luoghi. Le emozioni dell’artista diventano per lo spettatore un vivere spiritualmente tutta la zona del Parco Naturale Regionale “Costa Otranto S.M. di Leuca - Bosco di Tricase”: Alessano, Andrano, Castrignano del Capo, Castro, Corsano, Diso, Gagliano del Capo, Ortelle, Otranto, Santa Cesarea Terme, Tiggiano e Tricase.
Federica Murgia











mercoledì 21 settembre 2016

URLO NERO di Luigi De Giovanni

URLO NERO di Luigi De Giovanni


e20cult Associazione Culturale - Sutta Le Capanne du Ripa – Il raggio verde S.R.L.
"Urlo nero"
Di Luigi De Giovanni
“Evento organizzato in occasione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI.”
Studio “Sutta Le Capanne Du Ripa”, Specchia (LE), Piazza del Popolo, 21°
Inaugurazione: 8 ottobre 2016 alle ore 17:30
08/10/2016 - 22/10/2016
Allestimento: Arch. Stefania Branca
sabato 15 ottobre 2016: Dodicesima Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI
 “Urlo nero”
Un grido di dolore. Una voce che si perde nella notte di un mare blu diventato tomba. L’ululo del tempestoso vento fa udire il canto delle prefiche che si straziano per affetti altrui e le loro lacrime diventano diluvio travolgente che alza le onde sino a mostrare le oscurità degli abissi: non c’è più speranza. Scappano, i profughi, su carcasse di barche perché hanno avvertito il richiamo di morte che i tamburi di guerra evocano rullando sempre più forte. Ecco lo strazio delle persone impaurite che cercano il loro ultimo soffio di vita.
Nell’artista riaffiora la sinestesia di Quasimodo, in quella memoria ritrova l’oggi, le sue sensazioni, le sue emozioni e una società che sembra aver perduto il senno: tutto viene furiosamente fissato sulle tele dove il colore pare innalzarsi a coprire l’orrore.
Pantarei. Tutto scorre e nulla pare mutare nell’animo umano assettato di potere e sangue. Si sono perse la pace, la fede nella giustizia e nella vita, il raziocinio: il loro spazio è diventato utilitarismo, odio. Ora l’opportunità travolge i sentimenti d’amore e pare non serva più la gioiosa speranza nella religiosità del dono della vita. La bontà e la giustizia sono in putrefazione distruttiva come pure la fiducia nel futuro.
In questo clima l’artista sente “l’urlo nero” e si ritrova nella poesia “Alle fronde dei Salici” di Salvatore Quasimodo. Un altro tempo: ma, sempre, lo stesso uomo.
Lo studio “Sutta le capanne du Ripa”, in piazza del Popolo 21° a Specchia Lecce, sarà sede di una mostra, un’installazione dell’artista di Luigi De Giovanni che per la “Giornata del Contemporaneo” realizzerà una performance che parlerà di morte di guerra e di orrore ma anche di vita di pace.                                                             Federica Murgia
Orari di apertura al pubblico : 10:15-12:30 -17: 20:30
Orari di apertura per la “Giornata del Contemporaneo” indetta da AMACI: 10:15 - 20:30

Per informazioni
Telefono: 329 2370646  - Email: lmfedeg@libero.it
http://www.degiovanniluigi.com/








sabato 21 novembre 2015

Mostra personale di Valeria Koshkina - Galleria d'Arte Mentana

Mostra personale di Valeria Koshkina - Galleria d'Arte Mentana



INVITO
Inaugurazione mostra personale di
Valeria Koshkina
SABATO 21 NOVEMBRE 2015, ORE 18:00
L’artista che, vive e lavora a Praga, presenta “Discipline
artistiche”
 Scultura, porcellana e
patchworks. 
Sarà particolarmente gradita la sua presenza.
Art Director Giovanna Laura
Adreani
INGRESSO LIBERO 

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lunedì 16.00 - 19.00martedì, mercoledì, giovedì e venerdì 11.00 -
13.00 e 16.00 - 19.00
sabato 16.00 - 19.30 e mattina su appuntamento
La Galleria d'Arte
Mentana è iscritta all' Associazione Nazionale Gallerie D'Arte Moderna e
Contemporanea.

giovedì 29 ottobre 2015

“Prende forma il colore” Mostra Personale Giancarlo Cuccù


Piazza Mentana, 2/r - 50122 Firenze - Tel. 055.211985


PRESENTA :
“Prende forma il colore”
Mostra Personale Giancarlo Cuccù

Opening Sabato 31 Ottobre, ore 18:00

Art Director - Giovanna Laura Adreani

Inaugura il giorno 31 Ottobre, ore 18:00 la mostra personale di Giancarlo Cuccù. L’artista trova gli spunti delle sue opere nei paesaggi, descritti con pennellate che inseguono il vento, e nelle nature morte, raccontate con un’espressività caratterizzante del suo Io.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al 18 novembre 2015

CATALOGO IN GALLERIA
Orari:
11.00 - 13.00
16.00 - 19.00
www.galleriamentana.it
galleriamentana@galleriamentana.it
Seguici su Facebook:
HYPERLINK "mailto:galleriamentana@alice.it"


mercoledì 28 ottobre 2015

“La Maison du couleur” di Silvia Caccialanza e Roberta Capezzuoli


Galleria D’Arte Mentana di Firenze
Piazza Mentana, 2/r - 50122 Firenze - Tel. 055.211985


Saletta Mentana:
“La Maison du couleur”
di Silvia Caccialanza e Roberta Capezzuoli

Art Director -  Giovanna Laura Adreani

Opening Sabato 31 Ottobre, ore 18:00

Silvia Caccialanza e Roberta Capezzuoli presentano una collezione di borse e abiti dipinti a mano. Le loro opere, caratterizzate da una grande sensibilità unita a competenze tecniche, sono composizioni armoniche e ricche di suggestione che raccontano la grande capacità di trasferire le concezioni artistiche creazioni da indossare.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al 18 novembre 2015

CATALOGO IN GALLERIA
Orari:
11.00 - 13.00
16.00 - 19.00
www.galleriamentana.it
galleriamentana@galleriamentana.it
Seguici su Facebook:
HYPERLINK "mailto:galleriamentana@alice.it"


venerdì 12 giugno 2015

IMMAGINI ONIRICHE In parallelo mostra collettiva : Fisica/Metafisica del corpo - De Giovanni Luigi pittore contemporaneo - Creazioni d'arte - Cagliari

IMMAGINI ONIRICHE In parallelo mostra collettiva : Fisica/Metafisica del corpo - De Giovanni Luigi pittore contemporaneo - Creazioni d'arte - Cagliari


Galleria d’arte Mentana di Firenze
INVITO
SABATO 13 GIUGNO 2015 Ore 18:00
L’artista Francesco Gibertoni Barca presenta:
IMMAGINI ONIRICHE
In parallelo mostra collettiva : Fisica/Metafisica del corpo
Seguirà un aperitivo insieme agli artisti
Art Director Giovanna Laura Adreani - Assistant Paola
Neri
 
-- INGRESSO
LIBERO --
Orario: 11.00/13.00
- 16.30/19.30
Domenica e lunedi mattina chiusoSabato mattina su
appuntamento

Nella pittura di Francesco Gibertoni Barca
ritroviamo le tracce delle sue immagini oniriche che, ritornando al passato,
trovano le vie di compenetrazione psichica che portano alla creazione
d’idealizzate opere, dove la simultaneità di ricordi incrociati diventa
osservazione del tempo che conduce alle verità dell’oggi. Nei colori delle sue
ideazioni c’è il procedere del
conflitto interiore dell’artista, simboleggiato da segni chiari e inequivocabili che danno forma ai rossi,
ai gialli, ai blu che si combinano in luminescenze variabili. Le apparenze
d’angosce ancestrali, legate ai pericoli che aleggiano
sugli smerli del
castello dell’immaginazione, sono sconfitte dalla spada di una fede che
s’inoltra nelle case dell’oggi confondendosi in racconti ondivaghi di urgenza
di ricerca delle verità. Nei dipinti di Gibertoni Barca l’uomo
si ritrova a percorrere sentieri che, pur sapendo di sacro, intersecano
l’utilitarismo delle tentazioni profane. La sua è la storia d’illusioni tradite
o perdute e d’aspettative celate. È la vita descritta dai simboli che, partendo
dalla fiducia nei sogni e dall’inconscio curioso, si perde nel materialismo le
cui tracce dolorose sanno di condizionamenti e di schieramenti ideologici che
trovano significato nelle aspirazioni di ieri e nel degrado delle idee
dell’oggi. Le paure di tutti si disvelano, nei caldi e dorati colori della
speranza che s’intravvede nelle memorie trasfigurate e simultaneamente evocate
in dettagli e incroci di epoche, di luoghi e stati d’animo.
Segni e toni di atmosfere tendenti al surreale, narrano di
situazioni di realtà sincrone e d’intrusi che giocano fra ciò che appare e
verità. Il ricordo diventa sbiadito e la sincerità dell’Io collettivo rimane
trincerata nei cuori, mentre dietro i palazzi del potere, reale e spirituale,
naviga in un illusorio concetto di giustizia.
Nella ricerca della libertà dell’essere, nel modo in cui si
è e come si desidera, senza costrizioni e condizionamenti che portino alla
solitudine del pensiero del singolo, c’è tutta l’analisi dell’artista che fa
diventare i sui sentimenti visibili nelle opere, solo apparentemente semplici
ma realmente rincorrenti l’infanzia della purezza dello spirito. Dai colori
caldi e cangianti, in prospettive di luce, si apre il sogno che s’infrange nei
toni aspri oltre i frantumi delle coscienze e degli ibridi che
nell’immaginifico conservano una parvenza di moralità e naturalità accettata.
I paesaggi dell’anima di Francesco Gibertoni
Barca sono incontri di tempo e di spazio che diventano, nella loro complessità
espressiva e compositiva, dipinti che pongono lo spettatore in una posizione
d’introspezione quasi catartica.              
Federica Murgia
         





          

 Galleria
d’arte Mentana di Firenze
INVITO
SABATO 13
GIUGNO 2015
Ore 18:00
L’artista
Francesco Gibertoni Barca presenta:
IMMAGINI
ONIRICHE
In parallelo
mostra collettiva : Fisica/Metafisica del corpo
Seguirà un
aperitivo insieme agli artisti
Art
Director Giovanna Laura Adreani - Assistant Paola Neri
 


13- 26 giugno 2015
FISICA E METAFISICA DEL CORPO
Galleria Mentana- Firenze

   Nell'elegante contesto della Galleria Mentana, sui
Lungarni di Firenze, Artexpertie presenterà una mostra collettiva in cui il corpo
e la fisicità umana vengono analizzati da diversi punti di vista.
    In galleria verrà presentata una varietas di
opere che spazia dal gusto per i nudi realistici fino ad opere surrealiste in
cui la fisicità umana ed animale è interpretata in modo personalissimo.
   Dalla fisicità scaltra e sicura, alle deformazioni che
riflettono il tormento esistenziale dell'uomo contemporaneo di baconiana
memoria, una mostra in cui il corpo è il protagonista indiscusso.

Artisti partecipanti:

MARCO BARNABINO
ANNA MARIA BERLINGERIO
AYELT BOKER
ALICE L. GASCO
ORNELLA BALBO
RIANA VAN STADEN
ANDREA NANI'
STEFANO ANTOZZI
ELENA BUSSOTTI
CARLA MOSCATELLI
ALESSANDRA D'ANDREA
MICHELLE GAVRIELOV
FABIO FALCIONI
GIONATAN CASU
RICCARDO ANTONELLI
STEFANIA GALLINA
FRANCESCA SIMONETTI
TINA GRANA

-- INGRESSO LIBERO --
Orario: 11.00/13.00 - 16.30/19.30Domenica e lunedi mattina chiusoSabato mattina su
appuntamento










martedì 10 marzo 2015

Contempor-Arte

Contempor-Arte - De Giovanni Luigi pittore contemporaneo - Creazioni d'arte - CagliariLa Galleria d’arte Mentana di
Firenze

P.zza Mentana 2/3 r - 50122
(FIRENZE)
Tel. 055.211985 – Fax.
055.2697769





Presenta:
Contempor-Arte
Rassegna internazionale
dedicata alle arti visive contemporanee
a cura della direttrice
artistica: Giovanna Laura Adreani

"Contempor-Arte" è
un’importante rassegna di arti visive che ha come obiettivo l’incontro di
artisti provenienti da varie nazioni che pur partendo da mondi diversi si
confrontano attraverso le proprie opere creando un dialogo sulla
contemporaneità e una comunicazione interiore.

La Mostra sarà presentata dal
critico e storico dell’arte Daniela Pronesti

Vernissage- Sabato 28 Marzo 2015 - ore 18.00

sarà visitabile fino al 15
aprile 2015

GONZAlO SANChEZ- USA
MARTA MOTTI - ITALIA
lAuRA CORTI - ITALIA/FRANCIA
MAuRO PICCOlI- ITALIA
EDuARDO ROCA "ChOCO" - CubA
TONINO GIAMPA' - ITALIA
DORIS BRODER JACOB- svIzzeRA
JESSE - FRANCIA
MARION DuSChlETTA- svIzzeRA
FREYA KAZEMI - IRAN/CANADA
DANIElE VANNuCCI - ITALIA

Orario: 11.00/13.00 - 16.30/19.30
- Domenica e lunedì mattina chiuso
Sabato mattina su appuntamento

ProSSiMieVeNti:
Sabato 18 aprile 2015 Mostra
Premio Mentana in Florence - Vernissage ore 18.00
Sabato 16 Maggio 2015 rassegna
d’arte contemporanea Spazi Aperti – vernissage ore 18,00



lunedì 12 gennaio 2015

Natale a Specchia: sensazioni di una spettatrice

Home - De Giovanni Luigi pittore contemporaneo - Creazioni d'arte - Cagliari


Natale a Specchia: sensazioni di una spettatrice







Il Comune di Specchia, come ogni anno, ha organizzato con
grande sensibilità il “Natale nel Borgo”, mirando, oltre che a un impegno di
rinnovata fede, alla promozione culturale e turistica del paese, per questo ha
accolto le proposte che gli venivano presentate dalle associazioni.
La sera del 24 dicembre 2014, com’è ormai consuetudine,
nella piazza del Popolo nel grandissimo braciere, si è accesa la catasta di
legna, per dare il via alla “focaredda”, antica usanza che, metaforicamente,
penso intendesse scaldare il Bambinello del presepe e realmente servisse alla
povera gente per vincere il freddo sferzante della piazza e per portare a casa
un po’ di brace per dare calore non solo di rinnovata festa.
Anche quest’anno le fiamme si sono levate altissime
accompagnate da uno scoppiettio che manda scintille che s’innalzano in cielo
come stelle. Dallo spigolo del palazzo Risolo si ha modo di notare che le
fiamme si dividono in due alte lingue che lasciano intravvedere il campanile
della chiesa che, con l’irregolarità e il tremolio delle luci del fuoco, sa di
magico. Sì. Il clima è proprio natalizio.
Le persone che affollano la piazza si scaldano e mangiano le
gustosissime “pittule”, preparate negli stand - cucina.
Nel castello già dal giorno 21 dicembre la mostra “Natale
d’Artista” rappresenta l’ideale concezione della Natività con le “Personali in
collettiva” di: Ute Bruno - Luigi De
Giovanni - Laura Petracca - Roberto Russo - Ada Scupola - Giovanni Scupola.
Specchia pure quest’anno ha interpretato il Natale con
grande prova di fede e sacrificio, i presepi si sono moltiplicati. Infatti,
oltre al “Presepe vivente” che è quello che suscita maggiore interesse da parte
dei cittadini e dei turisti, ne sono stati approntati nelle chiese, nel
castello e persino nei bar.
Molto significativi,
per la purezza dei sentimenti racchiusi nella poesia dell’infanzia, sono i
disegni fatti dai bambini seguiti, nei lavori, da Suor Rita dell’ordine delle
Suore Ravasco. I fogli, organizzati e allestiti in pannelli dall’
Arch.
Stefania Branca, sono capaci di raccontare il vero senso della fede e dei sogni
di pace e amore dei bambini di tutto il mondo.
Il Presepe dei
giovani dell'Associazione “Bambin Gesù”
ha anticipato la festa con una ricostruzione di ambiente quasi boschivo che,
subito, malinconicamente, mi ha riportato a Seulo, il mio paese sui monti del
Massiccio del Gennargentu, ai suoi boschi e al muschio che veniva usato in
grande quantità nel presepe della Chiesa della Beata Vergine. Istintivamente,
ho subito unito i ricordi dei miei sogni imbiancati da neve vera che, quasi per
miracolo, cadeva, a fiocchi copiosi, illuminando ben oltre l’orizzonte
nell’inverno di Barbagia, rendendo il paese stesso presepe. Ricordo che molto
in anticipo si andava a raccogliere il muschio, spesso ricco di ombelichi di
venere, profumato di bosco, le cortecce che si staccavano dai vecchi alberi, i
rami di agrifoglio ricchi di drupe rosse e i bellissimi rami di tasso arrossati
dagli arilli che, benché fronde d’albero della morte, riuscivano a colorare di
gioia il mio Natale d’allora.
Le statuine di Maria e Giuseppe e del Bambinello erano
bellissime. Non mancavano i pastori con i loro armenti, i greggi che
ricordavano i gusti di tempi antichi vissuti con orgoglio anche oggi. Il mio
presepe dell’anima, quello di Seulo, era povero ma ricco di poesia e tradizione
conservata con amore e fede.
Ho avuto modo di notare che i giovani si sono impegnati in
questi anni per conservare con cura la memoria del passato e rinnovare un rito
di fede e di calore di famiglia.
Forse per nostalgia non posso far a meno di ricordare Seulo
dove lo scorso anno venne allestito un presepe all’aperto, povero come
scenografia ma ricchissimo come contenuti. La capanna era accuratamente isolata
dalle intemperie, tenuto conto che lì non mancano neve e ghiaccio. La
mangiatoia riempita di paglia, fu subito adocchiata da un bel gattino dorato
molto infreddolito, che la scelse come giaciglio prima che vi venisse sistemato
il bambinello. L’evento diventò subito virale, attrazione turistica per le tante
foto fatte al gattino e per la loro diffusione sui media, venne salutato con
gioia, dai seulesi molto divertiti, e come un bel segno dall’alto: bisogna
sempre curarsi di chi sente freddo e di chi ha fame, di chi soffre o di chi non
può manifestare nessun segno di fede cristiana. È vero il mio paese innevato,
anche con il gatto nella mangiatoia o le goliardie giovanili, sa proprio di
Natale.
Molto interessante e ricco di spiritualità ho trovato il presepe
realizzato dai ragazzi di Ruffano, illuminato dai “soliti” fari prestati da
Tommaso Vincenti, che con pochi mezzi e molto amore hanno creato statuine in
carta pesta vestite con tessuti di recupero, cielo in raso blu e stelle in
cotton fioc. È stato bellissimo vederli emozionati e impegnati nel fare
qualcosa che dava loro gioia e a noi il senso del Natale vissuto nel modo
migliore.
Un suggestivo presepe, preparato dai ragazzi dell’ACR nella
Chiesa Madre, mostra l’attaccamento, delle persone del territorio, all’antica
tradizione della coltivazione dell’ulivo e della produzione dell’olio. Questi
ragazzi usando gomitoli di corda hanno realizzato tutti i personaggi, comprese
le pecorelle. Il tetto è stato fatto con i fiscoli (intrecci di corda, che
servivano nell’antica produzione dell’olio d’oliva) e tutta la scenografia,
inclusi gli sfondi e le quinte, con dei deliziosi “cannizzi” (intrecci di canne
che servivano per seccare al sole fichi, pomodori e tanti altri prodotti della
terra) mentre i sacchi di juta costruivano colline e pianure di fatica.
Nel Presepe della chiesa di Sant’Antonio non manca nessun
personaggio. Costruito con una cura assoluta, ha voluto rappresentare i climi
illuminati da luci di stelle. Elogia il lavoro, la terra, non sempre rispettata,
che ci dona copiosi frutti. Percorsi di pietra conducono alla salvezza divina.
Fra castelli merlati il bambinello nasce nella rustica stalla, dalla porta
sconnessa aperta, con il calore dell’amore divino. È un presepe ricco di
personaggi che si affannano nelle fatiche della vita. È fatto con cura, non
mancano i ruscelli, le montagne percorse da impervi e tortuosi tratturi, gli
anfratti segreti, né la sabbia ricordo di terre d’oriente. Anche qui mi
sovviene Seulo, i suoi scoscesi sassosi sentieri allietati dai rintocchi dei
campanacci, che suonano note diverse per distinguere i greggi o gli armenti
richiamati dai fischi dei pastori che spesso si distraggono zufolando.
Nel bar “Le mille voglie” ha preso forma il presepe del
territorio salentino dove pagliare, con diverse caratteristiche, e muretti a
secco creano l’atmosfera giusta. Qui è stato curato, soprattutto la
verosimiglianza con il Salento. Fra i muretti e le pietraie che lasciano spazio
al verde della vegetazione salentina c’è il muschio con alcuni ombelichi di
venere, per me sempre “cappeddus de muru” che tanto mi piacciono e che da
bambina usavo come piatti per la bambola. La stalla con la sacra famiglia è una
sorta di grotta in parte diroccata e per questo molto efficace nella
rappresentazione della Natività. Non mancano gli ulivi e l’aia circolare, dove
un somarello è impegnato nella trebbiatura. Si è un presepe calato in altri
tempi ma efficace nella rappresentazione delle intenzioni.
Sicuramente qui a Specchia sono stati allestiti molti altri
presepi, soprattutto nelle case, ma questi sono quelli aperti al pubblico che
io ho potuto visitare e apprezzare.
Il clou delle
manifestazioni del Natale è il “Presepe Vivente”
curato dall’Associazione Culturale Sportiva “Eugenia
Ravasco” Onlus insieme al Comune di Specchia e alla Parrocchia “Presentazione
della Vergine Maria” di Specchia. Il compito più impegnativo è, comunque,
dell’Associazione Culturale Sportiva Eugenia Ravasco che per tempo studia e
prepara le suggestioni del Presepe scegliendo il percorso, curando
l’allestimento delle scene e la rappresentazione
. Impegno, quest’anno,
triplicato a causa delle bravate di alcune persone che hanno pensato bene di
creare disagio rovinando alcune opere di scenografia. Ciò nonostante il giorno
25 dicembre alle ore 17 tutto è pronto.
Nella piazza antistante alla porta di Betlemme lo svolgersi
del rituale prevede che debbano prendere la parola le autorità civili e
religiose, per i discorsi inaugurali.
A parte un lieve ritardo del vescovo, che sicuramente ha
avuto il suo bel daffare celebrando l'inizio dei percorsi di più Presepi nelle
parrocchie da lui amministrate, tutto è proceduto senza intoppi.
Dalla via Roma si sente l’imperio dei comandi impartiti dal
comandante della legione romana che si appresta all’ingresso in Betlemme.
Sfilano eretti, alcuni con le armature che sembrano a placche, l’elmo che
contribuisce a renderli ancora più minacciosi, lo scudo convesso tenuto con
forza, il giavellotto e il gladio. Altri con lo scudo, probabilmente in duro
cuoio, procedono, inquadrati e precisi nei movimenti, eseguendo gli ordini con accuratezza.
Un soldato tiene al guinzaglio un bellissimo cane che incede con il capo chino,
non ha nulla di bellicoso ma ricorda come dovevano essere terribili i romani
nelle operazioni di conquista. Alcuni soldati battono su dei tamburi dando
ritmo alla formazione. Vestite con tuniche e mantelli seguono le matrone dalle
acconciature elaborate, le belle ragazze, i giovani e i bambini che daranno
significato alla ricostruzione del tempo.
Nella piazza degli Artisti i figuranti si apprestano a
disporsi nelle postazioni assegnate. C’è freddo ma tutti sembrano non sentirlo.
Il gruppo degli “Agorà canti antichi” è pronto per ricordare l’antica musica
salentina. Oltrepasso la porta che porta a Betlemme e lo scenario che mi
attende è emozionante. Tanti i piccoli “romani” attizzano i fuochi e si
scaldano. Sui tavoli piatti e scodelle sembra che attendano i commensali. Nella
casa del censimento predomina il colore rosso, gli arredamenti sono importanti.
Noto che vi sono delle armature, su trespoli o poggiate su bauli da viaggio,
pronte a essere indossate: si ha proprio l’idea d’essere in un luogo di
frontiera. Si fa la fila per essere censiti. Anch’io non mi sottraggo al dovere
e mi appresto a scrivere i miei dati. Il fatto d’essere ospite in questo bel
Borgo non mi fa sentire transfuga poiché ho la libertà di tornare a casa quando
lo desidero. Ben diversa è la situazione dei clandestini che muoiono a migliaia
nel Mediterraneo inseguendo un sogno di pace e benessere e, purtroppo, spesso
finiscono in ingranaggi della disonestà. Dopo mi avvio all’ingresso vero e
proprio, dove è gradita una piccolissima offerta, utile a predisporre il minimo
indispensabile per la prossima edizione. Giungo alla bottega del “conzalimmi”,
professione seppellita dal consumismo, intento, con una sorta di trapano, a far
dei buchi che gli serviranno a rimettere insieme i pezzi di un piatto rotto.
Questa bottega, priva d’ogni segno di benessere, mi fa pensare al nostro tempo
e a quanti piatti, scodelle finiscono nella spazzatura in un anno, per
lamentarci poi del costo dello smaltimento dei rifiuti. È proprio vero noi non
pensiamo mai al poco che serviva in passato per vivere felici!
“Ecco la Vergine che concepisce e dà alla luce un figlio e
gli porrà il nome di Emmanuele” (Isaia 7.14). - Recita così il cartello
all’ingresso della scena dell’Annunciazione. Mi fa subito pensare ai tempi del
fatto, ai costumi d’allora e alla giovanissima e immensa Maria che assunse la
sua missione biblica scevra dai trastulli della sua età. Mentalmente faccio un
paragone con la vita d’oggi soprattutto con la libertà che hanno giovani
occidentali, incapaci di sacrifici e rinunce. Penso pure alla prigione, non
solo fisica, che, ancora oggi, vivono le donne che in certe società non hanno
diritti e vengono uccise solo per un sospetto di “disonore”, che è, purtroppo,
il loro dolore d’esistere. Lo spazio dell’Annunciazione complessivamente mi è
piaciuto tantissimo sia per l’essenzialità dell’ambiente sia per l’interpretazione
di Maria inginocchiata e degli angioletti dalle mani giunte: tutto lascia
pensare alla spiritualità del fatto raccontato.
Mi avvio alla sinagoga, dove i sacerdoti sono intenti alle
letture. Delle piccole candele poggiate sul tavolo, raccontano con efficacia la
ritualità, anche in assenza del candelabro a sette braccia simbolo di maggiore
opulenza.
Mi perdo nel mondo delle tessitrici, delle ricamatrici e del
filet. Qui noto i licci, le rocche, i tessuti di vari colori legati alla
tradizione, le matasse, gli arcolai e un bellissimo telaio che mentalmente lego
alla sala della tessitura dei miei nonni. Ricamatrici intagliano i tessuti con
le loro creazioni, mentre una esegue la rete da fissare sul telaio da filet:
m'incanto e chiedo a tutte spiegazioni ammirando i manufatti meravigliosi. I
guanti fatti con il filet attirano particolarmente la mia attenzione. Penso
come mai mia sorella Cate, professoressa in pensione e maestra nei ricami se
pur ancora apprendista nel punto margarita, non ne abbia mai fatto un paio
così! Questo mi fa pensare che tutti i saperi antichi bisogna conservarli con
amore e tramandarli. Noto una paziente anziana che avvolge il filo come se
avvolgesse i ricordi di una vita. La dolcezza meravigliosa che scaturisce da
lei fa dimenticare i segni di sacrifici e di rinunce evidenti nelle tracce del
tempo delle sue mani e del suo viso.
Nell’antico "lavaturu" di pietra, pila, si
affanna, con le mani immerse nell’acqua gelida, la lavandaia mentre nel
"cofanu", lavatrice d’altri tempi, si fa la lisciva. Con il ferro a
carbone la stiratrice stira i panni tenuti con cura in un cesto.  Ricordo il passato, le madri della mia
zona che portavano in equilibrio in testa il catino con i panni per andare ai
ruscelli dove, nelle limpide piscine, facevano il bucato cantando le canzoni in
sardo; come se lavare fosse una gioia senza fatica. Sciorinavano poi il bucato
nei cespugli profumati e tornavano a casa portando tracce di fiori e arbusti.
Nelle giornate di sole invernali si recavano nelle sorgenti tiepide e stendevano
i panni negli spogli cespugli per farli gocciolare poi venivano disposti vicino
al cammino: avverto ancora l’odore di fumo camuffato poi con mazzi di lavanda.
Le giovani mamme in gruppo, spesso portavano in braccio i bimbi più piccoli,
che avrebbero dormito dentro il catino più grande al suono dello scorrere
dell’acqua, mentre i più grandi trotterellavano al loro fianco facendo un mare
di domande o cantando a gran voce.
Al lume di candela, in un’atmosfera molto colorata, alcune adolescenti
danno forma a presine e antiche bamboline. Ho rivisto le mie nipoti che ai
vestiti di bambola mettevano bottoni grandi che sbordavano dal corpo stesso
delle bambole!
Gli scribi, i sapienti dell’antichità, stilano o leggono i
loro documenti scritti su rotoli o tavolette. La loro precisione recitativa non
è stata distratta, dai rumori della via affollata, neanche per un attimo.
Un ambiente che mi è molto familiare è quello della
lavorazione del miele. La smielatura non era un problema per i miei genitori
che, armati di soffietto e coltello speciale, allontanavano le api con
l’intenso fumo, prodotto da arbusti idonei. Mi vengono in mente i favi
grondanti di miele profumato e la mia curiosità d’assaggiarlo, per scoprirne il
gusto, che mi portava subito a prenderne un pezzo masticandolo sino a che non
rimaneva che la cera: primordio delle mie gomme da masticare, il ricordo mi fa
sentire ancora il sapore. Amavo e amo moltissimo, soprattutto, il miele amaro!
Nella penombra m’imbatto con le pecorelle chiuse in un
recinto che consente d’osservarle da vicino. Alcuni bimbi attratti dalla loro
presenza cercano di accarezzarle ma loro intimorite da tanto via vai
indietreggiano nascondendosi ritmicamente una dietro all’altra.
Qui, come sempre, non mancano gli esperti della lavorazione
della pietra.
Sono attratta dalla lavorazione dei filati, dove alcune
persone, vicine al fuoco, districano la lana contenuta in sacchi di juta
grezza, altre la pettinano. Poggiate, noto delle conocchie ma non vedo
filatrici. A Seulo la mia prozia Totonia avrebbe completato l’opera con la
filatura che era il suo passatempo preferito e che continuava a fare anche
mentre ci raccontava le sue storie.
Non posso rimanere indifferente davanti alle creazioni con i
piccoli rotoli di carta e sono sorpresa dalla maestria con cui vengono fatti,
in carta pesta, i presepi con tutti i personaggi e le statuine. Mi sorprende
“il mondo tra le mani” grande opera sempre in cartapesta.
Nella corte che porta al forno molta legna attende d’essere
bruciata per la preparazione di pane e dolci. Entro e mi ritrovo in un ambiente
familiare, i profumi sono simili a quelli che avvertivo dai nonni nella mia
infanzia. Il fornaio attizza il fuoco mentre sul tavolo sono ormai lievitate le
palline di pasta che daranno luogo alle gustosissime "frise" locali.
Nella madia due ragazze impastano con cura la farina unita
all’acqua e al lievito. Più avanti è pronto l’impasto per le
"pittule", evidente anche nelle maniche di solerti lavoranti.
La macinatura del grano è fatta con un’antica macina in
pietra, manovrata da una giovane signora. La farina fuoriesce da una caditoia e
finisce dentro un sacco bianco a trame strette. La scena è d’altri tempi! Con
setacci e crivelli, dando dei piccoli colpi, alcune bimbe, separano la farina.
Tutto sa d’antico! Questa figurazione è di una poesia malinconica struggente.
Qui, mentalmente, riesco a sistemare i genitori, i nonni, la bisnonna: noi
piccoli, fratelli e cugini, che avevamo sempre in qualche modo le mani nella
farina o nel grano che scivolando dai nostri pugni chiusi cadeva a fontana nei
cestini lasciandoci una sensazione gradevolissima, come penso abbia il bimbo
che cerne il grano nella scena. Ci veniva sempre dato un po’ d’impasto per le
nostre pagnotte creative che cercavano d’imitare “su pani pintau” delle feste.
La casa di Elisabetta, dove è ricevuta Maria, è verosimile
per l’arredamento e per la ricostruzione coerente e benché povera sa di
elegante. Un tavolo, segnato da un uso continuo che si perde oltre il ricordo,
esalta suppellettili senza orpelli. L’essenzialità mi colpisce, come gli
strumenti da lavoro che mettono a nudo le privazioni e il loro passaggio da
generazione in generazioni. Le figuranti sono molto calate nelle parti tanto
che riescono a trasmettere l’idea di una visita molto gradita.
Spostandomi mi ritrovo in una bottega, dove sono esposti i
manufatti in pietra.
Arrivo dal bottaio “conzautti” e mi rendo conto che è
proprio ben rappresentato. Infatti, l’abbigliamento e l’aspetto fisico lo
rendono molto appropriato. Nella penombra appare sorridente come può essere una
persona che vive fra le botti e pensa a quando saranno riempite dal buon vino
salentino.
Ecco un’altra staccionata con le pecorelle che consumano il
pasto serale. Stranamente qui non sono attorniate dai bimbi curiosi!
Nella locanda c’è un grande affollamento di buongustai che
assaggiano i gustosissimi prodotti locali. Più in là i canestrini, per
gocciolare, sono disposti in fila e dentro vi viene versata la ricotta ancora
calda. In un’altra stanza trovo le massaie che preparano orecchiette,
minchiareddi e sagne torte. In molti si allontanano con sporte ricolme,
pregustando i buoni prodotti che cucineranno nelle loro case.
Noto la presenza di antichi strumenti, usati dal maestro con
competenza, nella falegnameria: anche qui la scena è curata nei minimi
dettagli.
Mi stupisce l’intreccio che dà luogo ai cestini. All’opera
una giovane signora che appare molto esperta e precisa. In questo laboratorio,
che mi suggerisce tempi passati, sono colpita da una piccola borsa con
coperchio, che, stranamente, somiglia al cestino per la merenda che usavo
quando andavo all’asilo.
Come si conviene per un grande evento la sala del matrimonio
di Maria e Giuseppe ha un’aria di solennità ma conserva un’elegante sobrietà:
nulla è eccessivo. Chi è seduto al desco si contenta di poche cose quali
stoviglie in terracotta, ampolle in metallo un po’ di pane: tutto è giusto e
non stride con la rappresentazione. Sembra proprio che si sia seguita la
scritta che si trova all’ingresso.
“Il matrimonio tra Maria e Giuseppe dovette essere molto semplice.
Quando la famiglia di Maria raggiunse un accordo con Giuseppe si celebrò lo
sposalizio. Trascorso un certo tempo, Giuseppe condusse Maria nella propria
casa secondo la legge di Mosè”.
Incontra dei meravigliosi angioletti con la fascia del
“Gloria”. Mi soffermo. Sono così belli da suscitare enorme emozione.
I pastorelli, con le loro gabbiette, sostano o muovano quasi
seguendo il ritmo delle zampogne suonate dai pastori. Qui la musica dà la
sensazione di trovarsi realmente nel cuore della Natività: nella mia terra
accompagnata dalle melodie delle “Launeddas”.
I richiami del mercato sono udibili da lontano. Canestri di
profumato pane, cesti di frutta e verdura attirano i visitatori che fanno
capannello.
Intorno ardono i fuochi dove, spesso, si fermano anche i
visitatori per scaldarsi.
Incontro il recinto con le oche che non sembrano curarsi del
traffico di persone.
Le strade, del rinnovato percorso, sono illuminate da
piccole lanterne a candela, molto funzionali, in alcune zone ci sono dei lumini
dentro ciotole o dei fuochi che rendono il clima incantevole.
Dei battiti ritmici ci annunciano che nei pressi c’è un
fabbro. Osservo come si affanna pestando sull’incudine mentre con il soffietto
dà aria al fuoco per rendere incandescente il metallo da forgiare. Vedo che
l’ambiente è rustico e tutti gli utensili sono manuali e risalgono al periodo
in cui tutto era costruito manualmente e ritento prezioso.
Artigiani e artisti realizzano con diverse tecniche i loro
manufatti creando curiosità fra i visitatori avvezzi solo agli oggetti finiti.
Le caldarroste e il loro profumo invitante mi riportano alla
mia casa natale dove d’inverno, quasi tutte le sere, si facevano saltare le
castagne in una padella con i buchi, era un rito che scaldava le mani e ci
lasciava in bocca un gusto indescrivibile. Ciò che mi piaceva maggiormente
erano i racconti dei genitori e dei nonni che così ci intrattenevano senza
farci annoiare e senza televisore.
Non posso passare dritta davanti alla bottega dei panari e
dei cannizzi. Le creazioni dei maestri sono proprio belle e penso, dopo averne
immaginato l’uso, che nelle case moderne potrebbero essere esteticamente
interessanti come porta oggetti o per mille altre funzioni.
Fra le ricamatrici, che non perdono tempo, trovo tutta il fascino
e l’eleganza delle cose fatte a mano. Qui macramè, punto antico, chiacchierino,
uncinetto e tombolo non sono un mistero, sicuramente le mie sorelle ci
avrebbero passato l’intera serata. Io, benché apprezzi tutti i ricami, quando
mi trovo in mano l’imparaticcio, ricordo il buco che feci cercando d’imparare
il punto turco: un disastro! 
Nel banchetto del mercato all’aperto è in bella mostra tanta
frutta e verdura “casalina” che non passa inosservata alle massaie curiose.
Il calzolaio sta in una stanzetta spoglia, con lui un
apprendista molto concentrato nell’imparare. Le scarpe da riparare sono proprio
poche, perché poche erano in altri tempi quando moltissime persone avevano
trasformato la pelle dei piedi in suole e tomaie.
Che fila davanti al pane "rostutu"! Basta proprio
poco per riscoprire il gusto degli antichi sapori!
Rincontro gli “Agorà canti antichi” in un momento di
rilassamento. Hanno messo a riposo i tamburelli e la voce. Sono fra
"cannizzi" e panari intenti ad assaggiare i prodotti salentini, molto
graditi anche ai visitatori.
Nel Borgo sotto il castello molti fuochi hanno perso la
vivacità ma una bettola all’aperto rallegra tutti.
A Specchia l’ulivo è sovrano per cui non poteva mancare
l’intagliatore del suo legno che ritrovo in un rustico spazio fra oggetti
finiti o abbozzati.
Sacchi abbandonati, balle di paglia e tracce di fieno
portano sino alla vigna della piazza. I viticci sono privi di pampini e fra i
filari è cresciuta l’erba, che piacerebbe tanto a tutte le pecorelle dei
recinti disseminati nel percorso. Le pale del fico d’india mettono in risalto
le volute dei vitigni nostrani. Gli alberelli ai bordi rendono molto realistica
una scena curata e perfezionata edizione dopo edizione.
L’eco dei bagordi della casa di Erode si ode da lontano. Qui
danze, luci e lustrini ricordano l’opulenza che non ha controllo. Bene
interpretata, nei contenuti poco spirituali, la scena, nel complesso, è molto
caratterizzata.
Nell’aia situata nella piazza, il cavallo pare gradire il
fieno posto nel calesse. Pur non somigliando ai cavalli che erano allevati dal
mio babbo, riesce ugualmente a ricordarmi le mie cavalcate, alcune volte,
spericolate.
Una luminosa stella cometa mi conduce nell’atrio del
castello. Qui faccio la fila e osservo i fuochi vivaci attorniati da bambini
figuranti.
Noto una scena con tronchi che fungono da sgabello e tanto lirismo
di gioia si avverte intorno.
Giunta al cospetto della sacra famiglia, composta e semplice,
sistemata fra cumuli di paglia, che hanno lasciato molte tracce sul pavimento.
Mi soffermo a osservare l’ambiente che, nella povertà evidente, esalta la
Natività che sicuramente è somigliante a quella avvenuta in un luogo spartano e
povero quale poteva essere Betlemme. Nella scena molti bambini e angioletti si
muovono con spontaneità creando un clima religioso di famiglia. La scena è
molto bella e descrive molto bene l’atmosfera divina.
Rincontro pastori e zampognari che contribuiscono a rendere
questo “Presepe Vivente” una rappresentazione di movimentata gioiosa
spiritualità.
I Re Magi all’orizzonte si apprestano. Hanno seguito la
stella di fede che ha animato gli interpreti del Presepe vivente di Specchia.
Sono giunti, regali e maestosi nei loro ricchi mantelli. Onorano il Bambinello
e presentano i doni. Avverto la malinconia di una festa conclusa in un bacio di
speranza di pace, serenità e lavoro. Tutti s’inchinano davanti al Gesù della
chiesa porto premurosamente da Don Antonio De Giorgi.
Devo dire che in questa in edizione del Presepe Vivente mi
ha impressionato favorevolmente il clima di povertà, che farebbe contento pure
papa Francesco che non si stanca di ricordare che Gesù non è nato in una
reggia, e la recitazione puntuale.
Le scene sono state tutte all’altezza del fine. Il percorso
mi è piaciuto per gli scorci e gli ambienti che sono stati inseriti.
Voglio fare un complimento a Rita e a tutti gli
organizzatori che fra bambini che dovevano figurare Gesù ammalati, vandali e
incendi sono riusciti, anche nell’emergenza, a dare esempio di grande
sensibilità e competenza organizzativa. Quest’edizione mi convince ancora di
più che il Borgo Antico di Specchia è proprio il luogo ideale per queste
rappresentazioni. I palazzi, le corti, le antiche tecniche delle costruzioni lo
caratterizzano talmente che non si potrebbe pensare a un luogo migliore per il
Presepe Vivente. 
Specchia gennaio 2015                                                       
Federica Murgia